Tessere, scrivere e pensare

Tessere, scrivere e pensare. Un percorso filosofico sul nostro bisogno di dominare il caos

da: Francesca Rigotti, Il filo del pensiero. Tessere, scrive­re, pensare


La vita, si dice, è sospe­sa a un filo. Dipendia­mo dagli eventi. Ma è chiaro che il verbo dipendere riporta all'idea di pendere a un filo, e di pendere in quan­to dipendere. Come intuiva il giovane filosofo Carlo Michelstaedter, noi siamo come un peso che «pende a un gancio, e per pender soffre che non può scendere: non può uscire dal gancio, poiché quant'è peso pende e quanto pende dipende».

Come il peso pende dal gancio che lo sorregge, pen­dono e dipendono anche gli uomini dai fili tessuti e retti dall'alto dagli dei. Pende il ragno dal filo della sua ra­gnatela come pende l'impic­cato alla corda: anche Arianna, proprio colei che procura a Teseo il filo per uscire dal labirinto, finirà volontariamente la vita impiccandosi - nella versione del mito che ho scelto per iniziare il mio itinerario filosofico ­come per testimoniare che al filo del destino non ci si può sottrarre.

Il filo del destino infatti l'hanno filato e lo reggono gli dei, spiega Odisseo a Tire­sia; gli dei che «rovina filaro­no agli uomini», gli dei che talvolta «anche ai sovrani fila­no gemiti», o che «per i mortali infeli­ci questo fila­rono: vivere nell'amarezza; ed essi invece son senza pene»; gli dei che fece­ro sì che «di giovinezza a vecchiaia di­panassimo il filo d'aspre guer­re», mentre «in alto stia il fato di vittoria, in mano ai numi eterni». In alto, come i fili che pendono dalle cime in un frammento in cui il filoso­fo eleatico Empedocle echeg­gia la pratica della tessitura.

Il filo del destino lo filano, lo reggono e lo tagliano an­che divinità apposite, le Par­che o Moire. A ogni uomo infatti la Moira fila il destino «col lino al suo nascere, quando la madre lo fece», proprio come la Moira crude­le, per Ettore, «filò lo stame quando nasceva».

Anche la Bibbia conosce l'idea del filo della vita e del destino: come un tessitore, esclama Ezechia rivolto al Si­gnore, «hai rotolato la mia vita per recidermi dalla tra­ma»; «a te che abiti presso acque abbondanti», predice il Signore all'abitante di Babilonia ricca di tesori, «è arrivata la tua fine, il tempo del tuo taglio».

Nonostante la presenza di questi riferimenti scritturali, sono comunque le Parche del­la mitologia greca a domina­re nella tradizione l'immagine del filo del destino, come testimoniano anche solo i lo­ro nomi: Làchesi (da lancà­no, toccare, avere in sorte) o colei che assegna le sorti; Cloto (da kloto, filare, torce­re il filo), colei che fila i destini umani; Atropo (da a privativo e trépo, girare, vol­tare), colei che rende impossi­bile il tornare indietro. Il no­me di Moira che le designa complessivamente significa inoltre "parte": le tre parti del mondo e le tre parti del tempo. Le Moire filano i gior­ni della nostra vita e la lunghezza del filo dipende esclu­sivamente da loro: nemmeno Zeus può modificarla.

L'azione delle Parche o Moire è descritta nell'ultima parte della Repubblica di Pla­tone, laddove si riporta il mi­to di Er il panfilio, colui che morì e andò nell'aldilà, e che dall'aldilà tornò per raccontarlo ai vivi. Racconta Er che le anime dei defunti, dopo alcuni giorni di cammino, giungono a un luogo in cui si scorge una luce, dritta come una colonna, fasciata da cor­de, all'interno della quale è sospeso il fuso della necessi­tà. Sui cerchi del fuso vi so­no, «in circolo sedute a egua­li intervalli, ciascuna su di un trono, le figlie della Ne­cessità, le Parche, di bianco vestite, il capo coronato di bende, Lachesi, Cloto e Atro­po, e sull'armonia delle Sire­ne cantano, Lachesi il passa­to, Cloto il presente, Atropo l'avvenire».

Tutte le anime, continua Er, si devono presentare a Lachesi, che assegna a ognu­na il proprio destino, o démo­ne; il démone porta la pro­pria anima a Cloto per farsene convalidare il destino, con­ducendola infine «al filo di Atropo, sì che irrevocabile si facesse, una volta filato, il suo destino».

Il filo delle Parche sta a significare la necessità degli eventi nel mondo degli uo­mini, la dipendenza dal fato più forte anche della volon­tà degli dei.