E la donna creò il filo del pensiero

Un'intervista a Francesca Rigotti su filosofia delle piccole cose

Filo del cucito e filo del pensiero: fra i quali esiste un indiscutibile nesso, per molto tempo colpevolmente negato anche da filosofi rispettabili e da letterati di alto profilo. Il filo di lana, di lino, di cotone, e la sua evoluzione metaforica, non materiale non tecnica: "Uno studio, sullo sfondo metaforico-filosofico della mente che crea il proprio pensiero come un filo, lo intreccia e lo compone come un tessuto, lo taglia e lo cuce come una stoffa". Una riflessione femminile che muove dalla conoscenza delle Piccole Cose. Andate in frantumi le Grandi Cose (grandi contraddizioni, grandi guerre, grandi ideologie), può essere istruttiva l'esplorazione degli oggetti della vita quotidiana: un gomitolo di lana, una spoletta, un ritaglio di stoffa. Il mondo dei minimi sistemi: che "forse, magari, chi lo sa, ci è destinato nel secolo XXI, come dice la scrittrice indiana Arundhati Roy".

Nelle grandi linee, è l'argomento del saggio Il filo del pensiero. Tessere, scrivere, pensare appena edito da il Mulino (180 pagine, 11 euro e 50). Lo ha scritto Francesca Rigotti, milanese (ma vive fra la Germania e la Svizzera), 51 anni, docente di Dottrine e Istituzioni politiche nell'Università di Lugano, autrice di altri sei libri pubblicati con Feltrinelli (tre), il Mulino (due), Bibliopolis (uno). "La metaforologia è il loro distintivo comune. Quest'ultimo e il precedente, La filosofia in cucina. Piccola critica della ragion culinaria, sono anche fortemente autobiografici".

Come è nato "Il filo del pensiero"?
Da una riflessione autobiografica. Mi sono chiesta che cosa faccio, tutto il giorno, oltre a leggere parole di altri e a scrivere parole mie. Leggere e scrivere è la mia occupazione principale. Ma sono impegnata anche nella gestione di una vita familiare intensa, perché ho un compagno, quattro figli adolescenti, due bestie. Cucino, lavo, stiro, anche se non faccio la donna di servizio a tempo pieno. Mi sono tuttavia domandata in che modo le mansioni domestiche si collegano al mio pensare filosofico. La prima parte del libro è dedicata al filo materiale che si è filato con le dita per migliaia di anni, avvolgendo le fibre una intorno all'altra. E l'immagine che immediatamente mi si è collegata alla filosofia è la massa confusa del pensiero che si fa filo logico, principio di ordine. Giorgio Colli l'aveva già detto: il filo col quale Teseo riesce a uscire dal labirinto è il logos.

L'origine della metafora tessile in filosofia coincide quindi col momento della nascita del logos. La funzione qual è? E il significato?
La funzione è di mettere ordine nelle cose, ed è anche sottolineata dal labirinto: uscire dal caos per entrare nella struttura. Il significato fa parte dello stesso contesto di pensiero: lo definirei proprio un principio d'ordine.

Nella costruzione dell'impianto tessile del pensiero, che ruolo ha avuto l'universo femminile?
Un ruolo complesso, perché affermato e negato nello stesso tempo. Affermato in quanto il filo è stato "dato" in mano alla donna perché filasse, lavorasse a maglia, ricamasse, tessesse: si occupasse di tutti questi lavori che, dicevano i greci, sono indegni degli uomini.

Un aggettivo (indegno) che mi ha colpito molto.
Anche a me. Sono lavori che fanno perfino le dee, le principesse, le regine. Ma, dice Omero, sono indegni dell'uomo. La parte affermata è quella oggettiva, reale: il filo vero, che si tocca e si tiene in mano. Il filo negato è il filo logico. E qui c'è il paradosso di Arianna: nonostante sia una donna che mette in mano a Teseo il filo per uscire dal labirinto, alle donne è stata rifiutata per millenni la prerogativa del pensiero logico. Si è detto: le donne ragionano col cuore, con l'utero; certo non col cervello.

E' cambiato qualcosa, concretamente, a livello di massa. O il mutamento riguarda soltanto un'élite?
Non è un cambiamento elitario e non è un cambiamento di dimensioni ridotte, quello materiale. Noi donne non filiamo più. Questa è una enorme liberazione da una servitù e da una tortura incredibili.

Ma lei scrive che "di una perdita pure si tratta". E cita la scrittrice Arundhati Roy che ipotizza un XXI secolo di Piccole Cose.
Sì, è la perdita di un sapere, di una pratica che permetteva la produzione di oggetti belli e veri, veri perché fatti. Vede, mi piacerebbe scrivere una Filosofia delle piccole cose. L'universo femminile sta comunque cambiando: nell'affermazione e nella negazione. Mentre da una parte viene eliminato questo filo materiale e si alleggerisce la schiavitù del lavoro domestico, con l'elettrodomestico, da un'altra parte la donna ha finalmente accesso al filo del pensiero. Dalla fine del secolo scorso, filosofe come Edith Stein, Maria Zambrano, Simone Weil, Hannah Arendt hanno deposto il filo di lana, di lino, di cotone, e sono riuscite a filare il loro filo di pensiero.

Il terzo intermezzo del suo saggio è dedicato all'abito filosofico. Qual è, in generale, il ruolo filosofico dell'abito?
È l'ultimo momento del processo: dopo la filatura, la tessitura, c'è il taglio della stoffa e la confezione dell'abito. L'abito filosofico è quello con cui si rivestono le parole, o che veste le parole, e dà la possibilità di esprimersi, anche se molto spesso è stato usato come metafora della menzogna: l'abito è ciò che copre la verità, tant'è che, nell'immaginario letterario, il sarto è bugiardo (come il cuoco è ciarliero) perché copre la verità, esattamente come il sarto del re nudo. Le Carré, ne Il sarto di Panama, dice esplicitamente che il protagonista, il sarto, è un bugiardo.

Il filo del pensiero non guarda l'abito in sé, come simbolo; non è una sociologia dell'abbigliamento: "Da come mi vesto, mostro chi sono". È una metaforologia, sottolinea. Esiste la possibilità remota di un collegamento con la moda?
Con la moda, non so. Ma con la stoffa, sì. La stoffa viene rivalutata: assume una dimensione filosofica, di pensiero, netta, attraverso le metafore che propongo del filo, dell'ordito, della tessitura, della trama. Del testo. Posso vedere il testo come tessuto; il tessuto come testo. E il tessuto non è più un banale intreccio di fibre su cui viene sbattuto un po' di colore, ma rappresenta la tessitura dell'essere, come dice con espressione bellissima la Zambrano. È una sua nobilitazione, se pensato in questo modo. E quindi, di riflesso, è una nobilitazione della moda, in quanto la moda si occupa di tagliarlo, foggiarlo, modellarlo.

Francesca Rigotti conclude Il filo del pensiero con queste parole: "... si potrebbe pensare a una scena, proiettata come sempre sul mio sfondo metaforico, in cui Teseo restituisce il filo ad Arianna, e in cui Arianna non usa quel filo per impiccarsi bensì per uscire dal labirinto, insieme a Teseo, e per orientarsi con lui su altri sentieri".


Fonte: Luigi Vaccari, su Il Messaggero