Perchè la rete non è un rizoma ovvero internet e le società del controllo

di Paolo D'Alonzo su Informatica per le scienze umane, Teoria delle reti

Varie voci si levano oggi a rimarcare le potenzialità positive, liberatorie, democratiche, del web. [...] Ma ci sono ragioni fondate per richiedere qualche cautela in più nel formulare ottimistiche previsioni al riguardo.

Tante sono le questioni che si dovrebbero affrontare nel tentativo di determinare il giusto rapporto fra pericoli e opportunità positive offerte dal web; per brevità vorrei concentrarmi qui su un singolo problema: la possibilità di interpretare il web come un Rizoma.[...]

Cenni sul modello rete/rizoma
In primo luogo vi sono da fare alcune considerazioni teoriche: la Rete non è il Rizoma. Intendo dire che i modelli astratti che corrispondono alle due immagini sono differenti. La Rete, sia che venga intesa nel senso di Net che di Web (noto en passant che i significati dei due termini inglesi hanno anche accezioni negative, rimandando entrambi al concetto di trappola) rimanda a una struttura geometrica ordinata, ottenuta per mezzo di un processo generativo modulare-iterativo: il Ragno genera la sua Rete, e può farlo proprio perchè il modello-Rete viola i principi di cartografia e decalcomania, che invece sono validi per il Rizoma, ovvero:

“un rizoma non è soggetto alla giurisdizione di nessun modello strutturale o generativo. È estraneo a ogni idea di asse genetico, così come di struttura profonda” (G.Deleuze, F.Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, Castelvecchi, 2006, p.45).

Certo si potrebbe obiettare che il web, nella sua realtà concreta, si discosta molto dal modello astratto della Rete, e in effetti l’impressione più immediata che si ha del web è più vicina al labirinto che alla rete. Peculiarità del Labirinto è avere sì un ordine, ma nascosto, invisibile a colui che vi si è perduto, seppur rintracciabile dall’alto. Ma nemmeno il Labirinto è un Rizoma, quantomeno perchè è un sistema chiuso, in cui è sempre, per definizione, rintracciabile un ordine di significazione che opera su una dimensione supplementare a quelle del sistema, tramite surcodificazioni, mentre per il principio di molteplicità:

“un rizoma o molteplicità non si lascia surcodificare, non dispone mai di una dimensione supplementare al numero delle sue linee” (Ibid., p.41).

Dunque non abbiamo, credo, a disposizione alcuna immagine immediata che possa darci le coordinate teoriche di riferimento per comprendere il web (Barabàsi ha d’altronde fornito un modello topologico più complesso e completo basato sui concetti di Central Core, IN/OUT Continents, Tubes, Tendrils e Islands; [...] in ogni caso ritengo che il Rizoma non sia un’immagine adeguata a rappresentare la rete. Vediamo perchè.

Santandrea scrive giustamente che il Rizoma è pensato in alternativa all’Albero binario, che è invece il modello dominante nella maggiorparte delle scienze, nella linguistica, nella psicanalisi, e in effetti anche nell’informatica; in generale “in tutte le discipline imbevute di un lessico metafisico che tende a classificare i concetti secondo un ordine gerarchico”. Ma allora dovremmo subito notare come il modello ad albero sia presente in tutta la rete, che infatti è costituita principalmente da pagine web, ovvero documenti di testo marcati per mezzo di appositi linguaggi di marcatura, in genere l’HTML. Il linguaggio di marcatura serve proprio per reintrodurre un principio di significazione in un flusso di dati altrimenti indiviso, definendo - nella sua forma più elaborata - ontologie, ovvero insiemi ordinati di concetti e relazioni, e dando (o restituendo) così struttura al testo. Ma il rizoma è “un sistema acentrico, non gerarchico e non significante”; dunque se Rizoma c’è, c’è al livello dei flussi di dati che server e client si scambiano ininterrottamente, flussi asignificanti, in cui “ciascuno dei tratti non rimanda necessariamente a tratti dello stesso genere, mettendo in gioco regimi di segni molto differenti ed anche stati di non-segni”. Il computer elabora flussi di numeri binari, che vengono poi segmentati in parte già al livello dell’architettura hardware, in parte dal software che li utilizza, ricostruendo progressivamente quella che all’utente appare, al termine del processo, come la loro significazione. Ma il web nasconde la maggior parte di questa elaborazione asignificante, perchè è stato pensato proprio per darci segni strutturati, significazioni, informazioni (ovvero dati in-formazione). Dunque il web non è un rizoma.

Le mappe topiche come macchine astratte di surcodificazione
Si diceva che la rete è stata creata con il fine esplicito di trasmettere segni strutturati, e in questo senso mi pare che si stia evolvendo, verso il Web semantico. Vorrei prendere ora in esame uno dei possibili strumenti che questa rete semantica potrebbe utilizzare intensivamente nel prossimo futuro, ovvero le topic maps.

Non sappiamo ancora se il modello delle Topic Maps (XTM) avrà fortuna o no, ma il dibattito attorno alle sue possibilità d’impiego e alle sue caratteristiche teoriche mi sembra essere emblematico della direzione che lo sviluppo e l’organizzazione delle informazioni sul web stanno per prendere. E allora dobbiamo notare ancora una volta che non solo il web non è un rizoma, ma lo sarà sempre meno. Infatti se la struttura ipertestuale del web non-semantico agiva ancora al livello dei documenti, “mischiandosi” con i dati per mezzo dei cosiddetti cross references, nelle mappe topiche il concetto di Topic association slega i metadati dai dati, creando un livello supplementare:

“while both topic associations and normal cross references are hyperlinks, they are very different creatures: in a cross reference, the anchors (or end points) of the hyperlink occur within the information resources (althoug the link itself might be outside them); with topic associations, we are talking about links (between topics) that are completely independent of whatever information resources may or may not exist” (Steve Pepper, The TAO of Topic Maps: Finding the Way in the Age of Infoglut, in «XML Europe 2000, Paris, 12-16 June 2000»).

Vale a dire che le mappe topiche agiscono sul corpo del Web come macchine astratte di surcodificazione, reinserendo una gerarchia di significazione, e deviando così dal succitato principio di molteplicità. La topic map assomiglia più al calco che alla carta:

“Il calco ha già tradotto la carta in immagine, ha già trasformato il rizoma in radici e radicelle. Ha organizzato, stabilizzato, neutralizzato le molteplicità seguendo gli assi di significanza e soggettivazione che gli sono propri. Ha generato, strutturato il rizoma, e il calco non riproduce altro che se stesso (…). Inietta ridondanze e le propaga. Ciò che il calco riproduce della carta o del rizoma sono solamente i vicoli ciechi, i blocchi, le virtualità di perno o i punti di strutturazione” (Deleuze e Guattari, Mille piani, p. 47).

Bisogna d’altronde sottolineare che ci sono punti di vista che tendono a limare l’idea di una dimensione supplementare unica, o comunque uniforme di significazione o meta-significazione, e che cercano di invertire l’operazione e “riportare il calco sulla carta”. Si prenda ad esempio la recente proposta di Biezunski di sostituire alla interoperabilità semantica l’integrazione semantica, e all’ontologia le prospettive:

“Implementing an ontology (…) is usually perceived as a top-down approach. The architecture has to be defined before anything can be done. (…) Semantic integration, on the other hand, allows for connecting information that was not at the start envisioned to be connected. Using a perspective-based approach enables highly customized integration and a bottom-up approach. This opens powerful new ways to put information together, provided we abandon the requirement to have every layer in the process under control” (Michel Biezunski, A Matter of Perspectives: Talking About Talking About Topic Maps, «Proceedings Extreme Markup Languages 2005», corsivo mio).

Sostituire le prospettive alle ontologie vuol dire abbandonare la dimensione unitaria dell’organizzazione e strutturazione semantica delle informazioni, e la forma di “controllo” dei dati che ne deriva.

Ma attualmente si parla di mappe topiche come del “GPS of the information universe”: dal nostro punto di vista è una metafora in primo luogo infelice, perchè, come abbiamo mostrato, il meccanismo di surcodificazione operato dalla topic map è di natura digitale e non analogica, calco e non carta; e in secondo luogo inquietante, poichè riconduce inesorabilmente il web al dominio della significazione unica, del controllo (ricordo che il GPS è stato creato a scopi militari dal dipartimento della difesa statunitense, per finalità di controllo). Il che ci introduce al prossimo tema.

Il Web e le società del controllo
Tutto ciò che è stato detto prima non toglie il fatto che l’utente percepisca l’esperienza del web come libertà di movimento e di espressione, e avverta la compresenza virtuale di materiali di diversa natura (a livello strutturale, come multimedialità; ma anche a livello astratto, come diversità di regimi di segni) come magma, vitalità caotica. E certamente il web è un sistema aperto, un sistema che si fà attraversare, per sua natura, da flussi immanenti liberi. Ma un conto è valutare le potenzialità liberatorie al livello teorico, altro conto è valutare chi e cosa può appropriarsi di queste forze, e che uso può farne.

A ogni società corrispondono macchine diverse. Che tipo di società è quella in cui viviamo, quella del computer e delle reti di calcolatori? Qui mi sembra che si possa ritornare a Deleuze: il XX secolo ha visto il passaggio dalle società disciplinari (Foucault) alle società del controllo. Qui il filosofo francese ci mette in guardia. Il suo è un grido di allarme: attenzione! Gli strumenti, le macchine, le tecnologie possono

“segnare nuove libertà, ma anche prendere parte a meccanismi di controllo che possono competere con le forme più dure di reclusione” (Deleuze, Pourparler 1972-1990, Quodlibet, 2000);

e ancora:

“non si tratta di un’evoluzione tecnologica senza che sia più profondamente una mutazione del capitalismo” (Ibid.).

Sappiamo che il web può essere usato, ed è effettivamente usato, come strumento di controllo. E controllo tanto più radicale quanto più è capillare la sua diffusione, quanto più vicino arriva all’individuo, nell’intimità della casa o sulla scrivania dell’ufficio. Controllo di polizia, intercettazioni telematiche, controllo di marketing, controllo sulle violazioni di copyright… Tutto questo è reso possibile proprio dagli stessi fattori che rendono il web un’opportunità di liberazione. Per Deleuze

“nelle società del controllo l’essenziale non è più una firma nè un numero, ma una cifra: la cifra è una mot de passe [parola d’ordine nel senso di pass-word, codice d’accesso, N.d.T.] mentre le società disciplinari sono regolate da mot d’ordre [parola d’ordine nel senso di slogan, N.d.T.] sia dal punto di vista dell’integrazione che della resistenza. Il linguaggio digitale del controllo è fatto di cifre che segnano l’accesso all’informazione, o il rifiuto” (Ibid., corsivi miei).

Il pericolo del Web sta qui: il potere nelle società del controllo non è più centrale, strutturato, e dunque riconoscibile, ma fluido, diffuso, polimorfo, irriconoscibile:

“Le reclusioni sono modelli-stampi, delle distinte modellature, mentre i controlli sono una modulazione, come una modellatura auto-deformante, che si modifica continuamente, da un’istante all’altro, o come un setaccio le cui maglie cambiano da un punto all’altro” (Ibid.).

Jacques Attali nel suo ultimo libro parla di Iperimpero, un sistema globale di controllo, dominato dal mercato tramite i cosiddetti sorveglianti, dispositivi individuali di controllo continuo. E il web potrebbe forse permettere questo tipo di derive autoritarie a causa della sua stessa costituzione. Sul “Corpo senza Organi” del web si innestano nuove arborizzazioni, centralizzazioni, gerarchie significanti; basti pensare a Google e al suo sistema di ranking delle pagine web; oppure al caso Palladium, che meriterebbe una trattazione a sè [...].

Per concludere: ogni strumento va valutato contemporaneamente in rapporto ai pericoli e alle opportunità che può offrire. Il Web ha numeri impressionanti, la sua diffusione aumenta sempre più, e con essa il suo potere; new economy, knowledge management sono forme di appropriazione del web da parte di forze immanenti al mercato:

“non è il caso né di piangere né di sperare, si tratta piuttosto di cercare nuove armi” (Ibid.)


BIBLIOGRAFIA:
- J.Attali, Une Brève histoire de l’avenir, Libraire Arthème Fayard, 2006
- A.L.Barabàsi, Linked, Perseus Publishing, 2002
- M.Biezunski, A Matter of Perspectives: Talking About Talking About Topic Maps, «Proceedings Extreme Markup Languages 2005»
- G.Deleuze, F.Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, Castelvecchi, 2006
- G.Deleuze, Pourparler 1972-1990, Quodlibet, 2000
- S.Pepper, The TAO of Topic Maps: Finding the Way in the Age of Infoglut, in «XML Europe 2000, Paris, 12-16 June 2000»

SITOGRAFIA:
- P. Attivissimo, Palladium: la Soluzione Finale secondo Microsoft e Intel, http://www.apogeonline.com/webzine/2002/07/02/01/200207020102
- voce “Gilles Deleuze” su filosofico.net, a cura di D.Fusaro, http://www.filosofico.net/deleuze.htm (in particolare il § Passi tratti dalle opere)

Fonte: Paolo D'Alonzo su Informatica per le scienze umane